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RECENSIONE DEL TRENTAQUATTRESIMO EPISODIO DI DRAGON BALL SUPER:

PICCOLO VS FROST

C’era da aspettarselo che Goku finisse fuori al secondo turno, e non perché non fosse sufficientemente forte da battere chi già aveva sconfitto, ma perché fargli sgominare, uno dietro l’altro, tutti gli altri avversari avrebbe lasciato in bocca un retrogusto un po’… insipido.

La ciliegina sulla torta, nelle intenzioni di Bills, non è lui questa volta, bensì Monaka; sempre ammesso che tutto fili liscio fino alla fine, che i nostri personaggi non se ne vadano nel mezzo della gara e venga proclamato vincitore per caso Mister Satan.

Potrebbe sempre accadere che qualcuno decida di distruggere l’arena, perché tanto non serve a niente, o che il Vegeta di turno, uscito di senno, faccia strage tra gli spettatori: la serie Z ci ha insegnato che i tornei sono soltanto la cornice di un disegno più ampio.

E il disegno di questa volta è grande quanto l’universo intero, con i capricci degli dei della Distruzione in ballo e la questione delle super sfere del drago a cui manca ancora un tassello.

E’ giusto, intanto, che si ritorni a dare spazio a Piccolo, a ricordare che un tempo, prima che gli fosse affibbiato il ruolo di saggia guida e poi quello di babysitter, era un valido supporto ad ogni battaglia.

Possiamo immaginare che si sia allenato sodo in tutti questi anni, nella solitudine delle montagne o del santuario di Dende, intanto che il suo figlioccio cresceva, andava a scuola, si formava una famiglia e dimenticava da qualche parte la sua divisa da combattimento.

Tuttavia, né Goku, né Vegeta – un tantino cattivello – pongono molte speranze in lui, e basta vederlo sfoderare fin da subito la sua tecnica migliore per capire che Piccolo non si è inventato nulla di nuovo in tutti questi anni.

In più, mangiare a scrocco a casa di Goku – e partecipare a tutti i party di Bulma – non deve avergli fatto bene: colpa della memoria corta di Toriyama, che ha rimosso come il regime alimentare dei namecciani contemplasse l’assunzione di soli liquidi.

Alla fine, il pungiglione di Frost miete un’altra vittima: gli avversari cascano ai suoi piedi come sotto l’effetto di un anestetico potentissimo.

Altro che premio nobel per la pace! Questo lucertolone velenoso meriterebbe il premio Oscar come miglior interpretazione.

Frost è anche peggio di Freezer che – almeno candidamente – faceva sfoggio della sua malvagità.

Questi invece, con la faccia subdola, la voce melliflua, il fair play da grande sportivo, ha ingannato tutti, tranne Vados, che nella selezione dei combattenti, riconosce di non aver badato alla loro etica.

A questo punto, non sappiamo quanto scorretti possano essere gli altri partecipanti del sesto universo e se Kyabe sia davvero un saiyan che combatte il crimine. Quello che è certo, per ora, è che – per quanti Universi ci siano – quelli della razza di Freezer sono “mercanti” dalle mani sporche di sangue e che l’intenzione di riscattare la loro brutta fama – come si era creduto nel precedente episodio – non è mai esistita. Peccato.

Freezer e simili sono destinati a finire all’inferno.

Non è un caso che sia proprio Jako, poliziotto galattico, a smascherarlo.

Jako ha il fiuto per i delinquenti, più di un dio della Distruzione, più di due supersaiyan god supersaiyan.

Ma Jako è soltanto uno spettatore e viene pure minacciato di morte se si è sbagliato a lanciare accuse nei riguardi di Frost.

Vegeta, invece, interpreta la legge a modo suo: Frost non va squalificato per aver utilizzato impropriamente il pungiglione o per aver fatto cadere la maschera, ma va punito sul ring, davanti a tutti, non fosse altro perché lui quella voce non l’ha mai potuta sopportare.

Scende in campo, dopo aver spodestato Piccolo con un’occhiata poco amica.

Si ha tutta l’impressione che non sarà Vegeta contro Frost, ma Vegeta contro Freezer.

 

 


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